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quell’ora la campagna. Infine, più tranquilla, andò a sedere al solito posto, davanti al tavolino della briscola, e diede sfogo alle lagrime. Camilla impalata sulla seggiola di faccia a lei, colle braccia sotto il seno e il viso dilavato, non apriva bocca. Dopo un pezzetto, vedendo che la mamma stava a sfogarsi da sola, cercò pian pianino il refe e la spoletta nel cestino, e si mise a far la trina cheta cheta, senza alzare gli occhi. In tutto il quartiere di Foria non si udiva che il tic-tac dell’orologio, in un angolo buio della stanza, di là del cerchio luminoso che la ventola spandeva sul lembo della sottana di donn’Anna e sulle mani color di cera della figliuola.

All’improvviso il gatto si mise a miagolare sottovoce, nel vano nero dell’anticamera, guardando il lume insolito cogli occhi luccicanti, e donn’Anna che s’era appisolata, si destò con un sospiro.

— Il babbo tarda molto a venire, disse allora Camilla.