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Si staccò dal seno uno spillo d’oro, e mi punse leggermente sulla mano.

— Bravo! esclamò dandovi su un bacio. Ora vattene. Addio!

Attraversai l’andito al buio, e andavo tastando tastando tutte le serrature dell’uscio, senza trovar modo di aprirle.

Al di là dell’altro uscio udivo un fruscìo di vesti e di passi, come se Eva andasse e venisse per la camera. Quella situazione sì prolungava, e cominciava a farsi imbarazzante. Non potevo tornare indietro, e non potevo chiamare la cameriera. Tutt’a un tratto udii uno scoppio di risa fresco, gajo, argentino, uno scoppio di risa che mi chiamava per nome, e comprendeva tutte le mie follie. Mi trovai, non so come, sull’uscio della sua camera; sollevai la portiera, e vidi quella leggiadra testolina che si affacciava fra le cortine del letto incorniciata dai biondi capelli e dai candidi merletti, e saettandomi il delirio del suo sorriso, le ebbrezze dei suoi sguardi, e il fascino del suo silenzio.