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Pagina:Verga - Eva, Treves, 1873.djvu/181


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occhi chiusi, sfinito. Quali occhi! Le palpebre nerastre si affondavano nell’occhiaja incavata, e quando si riaprivano scoprivano qualche cosa che parlava dell’altro mondo; nell’impeto della tosse tutto quel poco sangue che gli rimaneva sembrava aver corso, con rossori fuggitivi, sulla mortale pallidezza delle sue gote; poi quella pallidezza si era fatta più mortale ancora. La madre teneva abbracciati quei cuscini dove si perdeva quasi il corpo del figlio, e guardava quelle sembianze adorate, ove la morte sbatteva diggià la sua livida ala, con l’occhio asciutto, come se il cuore avesse bevuto tutte le sue lagrime.

Feci un movimento per alzarmi; egli che possedeva la squisita percezione di tutto quello che si faceva vicino a lui, come l’hanno tutti i moribondi di quel male, mi strinse le mani, senza riaprir gli occhi, e mi fece cenno di non muovermi.

Dopo qualche secondo volse lentamente il capo, e fissò un lungo sguardo negli occhi di sua madre. Negli occhi della madre e in quelli del figlio non c’erano lagrime: c’era una mutezza che spezzava il cuore.