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darvisi. Lo zio tacque maestosamente, aspettando risposta per alcuni secondi; indi riprese in aria paterna:

— M’accorgo dal tuo imbarazzo che capisci d’esserti condotto assai male, e che ne sei pentito!...

E mise una seconda pausa; ma la risposta che aspettava non venne.

— Me ne sono accorto soltanto oggi; troppo tardi! Ma avrei potuto diffidare di te, del sangue mio, del mio secondo figlio, che per tale ti ho?...

Alberto non fiatava, ma andava ruminando come diavolo lo zio se ne fosse accorto proprio adesso che egli non pensava quasi più alla cugina, e ricordavasi dello starnuto che avea udito quella prima volta che avea parlato con Adele dalla finestra, e che a torto allora avea affibbiato allo zio. Costui vedendo che il nipote non si risolveva a parlare, e rimaneva impalato quasi fosse stato di sasso, riprese:

Mea culpa! mio danno! i cocci li pagherò io! io che son stato troppo cieco, fiducioso come... come un galantuomo... Quella povera figliuola passerà qualche grosso guaio... ma pazienza!

— La sposerò! rispose Alberto pallido come un cencio.

— Figliuol mio! esclamò il signor Forlani abbracciandolo teneramente. Non ho mai dubitato di te!

Ritornarono sotto il pergolato, non curandosi altro del bajo che mangiava tranquillamente la sua avena. Velleda, senza alzare gli occhi dal lavoro, li saettò di uno sguardo che avrebbe fatto onore ad un diplomatico. Adele chinò maggiormente il capo, ed impallidì.