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— Non mi hai invitato a ballare; rispose Adele timidamente carezzevole.

— Ci son tanti giovanotti!....

— Non voglio ballare cogli altri....

— Perchè?

— Perchè.... perchè.... perchè non voglio.

Ei chinò il capo, tuttora bollente del soffio che Velleda aveavi gettato, e si allontanò sopra pensiero. Stava da qualche tempo nel vano di una finestra, colla fronte sui vetri, guardando nel buio, allorquando udì, un fruscìo di vesti vicino a lui, e si trovò accanto la contessa Armandi.

— Non balla il cotillon? gli domandò.

— No, contessa.

Ella sembrò volere aggiungere qualche altra parola ma gli fece un segno col ventaglio, sorrise e si allontanò. Ei seguiva macchinalmente cogli occhi il turbinìo di quella danza in mezzo alla quale la contessa stava come una regina, di cui tutti si contendevano un sorriso un giro di valzer. Improvvisamente quella regina andò diritto verso di lui, gli gittò come una sultana il suo fazzoletto, ricamato, gli mise sulla spalla il braccio splendido di gemme e di nudità, e fra le braccia la vita sinuosa ed elastica — poi, quand’ebbe finito di ballare, lo ringraziò con un sorriso.

— Voglio conoscerla meglio, gli disse; facciamo un giro.

Tutti gli sguardi si volsero su quell’uomo fortunato e quell’altera beltà che passavano. Egli pensava al giorno in cui l’aveva vista mollemente distesa nella sua carrozza, fra una nuvola di polvere e di velo.