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Il giovane insistette con insolito calore; ella diveniva più capricciosa e più ostinata, scuoteva il capo con certa grazia risoluta, e mordevasi le labbra con certo sorrisetto malizioso, appoggiando le spalle all’étagère, e stringendo il ventaglio nelle mani. Di tanto in tanto, senza che se ne avvedesse, raggi seduttori le scappavano dagli occhi. Ad un tratto senza dir nulla, mentre sembrava più ferma nel rifiuto, appoggiò mollemente il braccio alla spalla di lui, e si lasciò andare.

Ella ballava alla tedesca, un po’ diritta, col capo alto, e il braccio disteso. Di tanto in tanto gli diceva qualche parola senza importanza, o scuoteva con grazia inimitabile la sua bionda testolina. Si fermò all’improvviso, un po’ rossa, un po’ smarrita, svincolò con impazienza impercettibile la mano che ancora egli le teneva, gli lanciò a bruciapelo uno sguardo singolare, viso contro viso, e impallidì leggermente.

— Non ballo più, gli disse, sono stanca.

La contessa Armandi era lì presso ed esclamò:

— Che bella coppia!

Velleda rispose con un grazioso inchino. Alberto, passando accanto a uno specchio, vi gettò uno sguardo e poscia arrossì di averlo fatto; ma nello specchio sorprese due grandi occhi che lo seguivano amorosamente dal fondo di un canapè; andò verso la povera Adelina, che stava modestamente rannicchiata fra due mamme, e che sembrò rianimarsi come lo vide venire e gli sorrise cogli occhi.

— Non balli? domandò il cugino, allorchè furono soli.