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ultime lettere d'jacopo ortis 47

fantasmi che hanno fino ad or recitato nella mia commedia, non fanno più per me. Calerò il sipario; e lascerò che gli altri mortali s’affannino per accrescere i piaceri e menomare i dolori d’una vita che ad ogni minuto s’accorcia, e che pure que’ meschini se la vorrebbero persuadere immortale.

Eccoti con l’usato disordine, ma con insolita pacatezza, risposto alla tua lunga affettuosissima lettera: tu sai dire assai meglio le tue ragioni: - io le mie le sento troppo; però pajo ostinato. - Ma s’io ascoltassi più gli altri che me, rincrescerei forse a me stesso: - e nel non rincrescere a sè, sta quel po’ di felicità che l’uomo può sperar su la terra.

3 aprile.

Quando l’anima è tutta assorta in una specie di beatitudine, le nostre deboli facoltà, oppresse dalla somma del piacere, diventano quasi stupide, mute e inette ad ogni fatica. Che s’io non menassi una vita da santo, le mie lettere ti capiterebbero innanzi più spesse. Se le sventure raggravano il carico della vita, noi corriamo a farne parte a qualche infelice; ed egli spreme conforto dal sapere che non è il solo condannato alle lagrime. Ma se lampeggia qualche momento di felicità, noi ci concentriamo tutti in noi stessi, temendo che la nostra ventura possa, partecipandosi, diminuirsi; o l’orgoglio nostro soltanto ci consiglia a menarne trionfo. E poi sente assai poco la propria passione, o lieta o trista che sia, chi sa troppo minutamente descriverla. - Intanto la natura ritorna bella - quale dev’essere stata quando nascendo la prima volta dall’informe abisso del caos, mandò foriera la ridente aurora d’aprile; ed ella abbandonando i suoi biondi capelli su l’oriente, e cingendo poi a poco a poco l’universo del roseo suo manto, diffuse benefica le fresche rugiade, e destò l’alito vergine de’ venticelli per annunziare ai fiori, alle nuvole, alle onde e agli esseri tutti che la salutavano, il Sole: il Sole! sublime immagine di Dio, luce, anima, vita di tutto il creato.

6 aprile.

È vero; troppo! - questa mia fantasia mi dipinge così realmente la felicità ch’io desidero, e me la pone davanti agli occhi, e sto lì lì per toccarla con mano, e mi mancano ancor pochi passi - e poi? il tristo mio cuore se la vede svanire, e piange quasi perdesse un bene posseduto da lungo tempo. Tuttavia - egli le scrive che la cabala forense gli fu da prima cagione d’indugio, e che poi la rivoluzione ha interrotto per qualche giorno il corso de’ tribunali: aggiungi che dove predomina l’interesse, le altre passioni si tacciono; un nuovo amore forse - ma tu dirai: E tutto ciò cosa importa? Nulla, caro Lorenzo: a Dio non piaccia ch’io mi prevalga della freddezza