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cola tigre passerà dalla bizzarra fierezza, alla mansuetudine dell’agnellino e lo condurremo con un nastro color di rosa. Non ci credi? T’invito a vedere, l’anno venturo in casa mia, se non dico il vero; come anticipatamente ti prego di voler assistere alle mie nozze. Il tuo felicissimo

Peppino.



Trascinata, come Stefanis, da un istinto imperioso, Valeria non s’era fatto scrupolo di quella lettura, ma, leggendo, era diventata, a mano a mano, rossa, poi pallida, poi bianca addirittura dalla sorpresa, dal disgusto, dal ribrezzo. Stava per lacerare a brani il piccolo foglio, poi, quasi inconsciamente, si trattenne e stringendolo con atto convulso, fra le mani, si buttò sul letto in un parossismo di collera disperata. Non si curava affatto d’investigare, col pensiero, per quale strana combinazione quella lettera fosse pervenuta a lei, ma s’abbandonava tutta all’amarezza del cocente disinganno, al cruccio d’essersi lasciata così ciecamente illudere dagli artifizî d’un uomo volgare, ella che aveva sempre accolto con un sorriso di diffidenza e d’incredulità, gli ammiratori che le si affollavano d’intorno devoti, ossequiosi, in qualunque luogo si recasse.

Stavolta Valeria aveva amato per la prima, e l’amore l’era penetrato insidiosamente nel cuore con le più folli, con le più lusinghiere speranze; nei suoi luminosi sogni d’avvenire, ell’aveva fatto il proposito d’essere una moglie saggia, docile, amorosa, di vincere le bizzarrie del suo temperamento un po’ capriccioso, di dedicarsi a quel caro compagno fra tanti prescelto. E ora quest’uomo che la sua immaginazione s’era compiaciuta di circondare d’un’aureola poetica, le si rivelava, tutta un tratto, nella più sfacciata ipocrisia, nella più ributtante venalità; le strappava all’improvviso dal cuore la fiducia, uno dei più grandi benefizî che ci siano concessi quaggiù. Perduta per sempre quell’illusione, ella doveva tornare all’antico scetticismo che l’esperienza rafforzava, alla solitudine dell’orfana sua vita, all’amara privazione degli affetti familiari. Valeria non tardò tuttavia ad accorgersi che nel rimpianto del bel sogno svanito, lo sdegno prevaleva al dolore, la sua anima altera sentiva, anzi tutto, il tormento dell’ingiuria sofferta, e quando fu cessato il primo spasimo quasi incosciente e potè leggere in fondo a sè stessa, le parve provare un vago senso di liberazione.

«L’ho io amato? l’ho io proprio amato?» diceva fra sè, tentando convincersi con la ragione, — l’impareggiabile soccorritrice di tanti affanni, — che il sentimento che l’aveva predominata da più mesi, non era che un giuoco dell’esaltata fantasia, un giovanile inganno «qual luce mi s’è fatta d’intorno? quanta chiarezza nella mia mente che una ri-