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255 impressioni e ricordi di bayreuth


alla fine. Collocata, ad un suo cenno la salma di Sigfrido sul rogo che le donne hanno adorno di fiori e di veli, Brunilde s’impossessa teneramente dell’anello per restituirlo, colla morte, purificato dal fuoco alla sua fonte prima; af- ferra quindi un poderoso tizzone e dopo aver indicato ai due corti sopraggiunti le gravi novelle da recarsi al Walhalla, lo scaglia con fierezza nella catasta, come se accendesse con quel funebre fuoco la reggia degli dei. L’incantesimo di Loge presiede al primo crepitio del rogo e domina coi suoi cromatismi tutta la scena: all’apparire di Grane vi s’intreccia il tema eroico delle Valchirie.

Brunilde accarezza il fido corsiero e lo incoraggia ad affrontare la morte che a lei sorride con duplice scopo, l’eterna riunione con Siofrido e l’espiazione redentrice del mondo. Le ultime sue parole sono state una nobile apologia dell’amore, e la bellissima melodia della redenzione ha regnato un momento come una aura di pace soprafiaturale e di perenne libertà, sul tumulto tragico di quell’ora estrema. La Valchiria balza a cavallo e con atto eroico si slancia impetuosa sul rogo ardente che divampa e riempie l’atrio di fiamme, facendo rifuggire il popolo atterrito verso il proscenio. Ma presto il fuoco si spegne disperdendosi in una rosea nuvoletta, il Reno ha straripato, le Ondine s’agitano sui flutti, Hagen si getta nella corrente per impadronirsi dell’anello, ma Woglinda e Wellgunda lo allacciano e lo trascinano nell’abisso mentre Flossilde si solleva esultando dalle acque, coll’aureo cerchietto in mano.

Un falgore appare nel cielo rosseggiante, il Walhalla anch’esso s’incendia; crolla la reggia dei Gibilungi, sì scorge da lontano, come una visione; l’ultimo consesso degli dei che con eroismo sopranaturale rinunziano volontariamente al potere; echeggia sui movimenti ondeggianti dell’orchestra il tema maestoso e superbo del Walhalla, s’ode ancora una volta il motivo di Sigfrido, ma il Crepuscolo prevale coi suoi digradanti accordi e la melodia della redenzione s’innalza al fine soavemente fra i suoni peregrini dell’arpe, come l’amore svincolato da ogni terrena servitù tende liberissimo al suo fine ideale.

Il dramma si è svolto, la tela s’è chiusa, l’anima si sente in preda ad un’invincibile emozione. Il grande quadro ci riappare dinnanzi nella sua interezza, nella sua meravigliosa unità, e fra i numerosi esecutori che ce lo fecero apprezzare coi loro mezzi vocali, col loro talento, colla loro indispensabile coltura e che non sono tutti egualmente degni della parte che rappresentano, alcuni veraci artisti s’impongono con un senso di ammirazione e di gratitudine al nostro pensiero e alla-nostra memoria. Non posso a meno di rammentare la ben nota Rosa Sucher, soprano, un’efficacissima Siglinda, Ernestina Schumann Heirik (Erda e Weltratate) riputata il primo contralto della Germania, Lilli Lehmann-Kalisch, insuperabile Valchiria per la bellezza della voce, per l’intonazione perfetta, per le sue attitudini drammatiche non disgiunte dall’affascinante limpidezza del canto, e fra gli uomini, Hans Breuer di Bayreuth, tenore allievo di quell’ottima scuola di canto, un Mime caratteristico, ammirevole Hennrich Vogl, (Loge) altro tenore di sicura rinomanza e il Basso Grengg che incarna con verità la figura sinistra di Hagen.

Il giorno seguente, quando il treno si allontana dalla stazione di Bayreuth e la verdeggiante collina della Hohe Warte scompare rapidamente, col suo teatro, dal nostro sguardo, sembra che il cuore si stringa nel rimpianto d’un sogno dilettoso che sfugge. Rimane tuttavia il conforto della ricordanza, sentiamo che qualche cosa d’insolito è penetrato nell’anima nostra, una voce nuova ha parlato dall’alto; l’Arte ci è apparsa sotto una luce diversa dalla solita, la musica ha assunto una missione più grave, quanto abbiamo veduto e udito è un possesso che nessuno ci potrà rapire, è la divina e purificante vittoria dell’ideale, nel regno tempestoso del pensiero.

Jacopo Turco.