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Il sacrificio di Ieronima 17


— «Ella parla della gloria, ma io non aspiro alla gloria. La mia anima è assetata da cose belle e non può vivere lontana da esse... io ho bisogno della musica come dell’aria che respiro...»

— «Ebbene, Ieronima, si consoli. Le vocazioni così forti sono imperiose e presto o tardi il loro destino si compie...»

— «Iddio la rimeriti per queste buone parole, Kemeny!» esclamò Ieronima colla faccia illuminata. Il giovane sorrise e ripeté la sua domanda:

— «Potrò venire a trovarla qualche volta?..»

— «In casa di Giordano, fra tanti bambini?»

— «Io amo i bambini. E poi, domanderò di lei...»

Ieronima esitò un minuto e le sue pallide labbra tremarono. Poi ella rispose molto piano ma risolutamente:

— «No, conte Kemeny, non venga, è meglio così. Io entro ora nella vita comune, nella vita borghese, ove l’unica idealità è quella della virtù e del dovere. Mi perdoni se le sembro scortese e... si ricordi qualche volta di me...», balbettò ella angosciata.

Il giovane le prese dolcemente una mano, quella manina sottile e nervosa di pianista che sembrava tocca da un gelo di morte, la tenne un momento fra le sue, indi se la portò alle labbra, baciandola con un senso di devozione e di rispetto.

— «Io la ricorderò sempre, Ieronima», mormorò egli, non senza commozione. «Ella è una nobile [figura]. Ove io possa servirla, ora e per l’avvenire, non mi faccia torto, mi comandi e mi troverà sempre.»

E inchinandosi, con amorevole ma grave deferenza, s’accomNiatò senz’altre parole, forse per troncare pietosamente un colloquio troppo doloroso: uscì a passo lento dalla deserta stanza, si soffermò un momento sul limitare con un cenno d’addio e scomparve.

Quando l’ultimo rumore dei suoi passi si fu allontanato per le scale e smorzato nel silenzio, la fanciulla mise un grido straziante: anche quello, l’estremo sacrifizio, la volontaria rinuncia ai conforti di amicizia che le sembrava poco conveniente per lei e assai pericolosa, doveva consumarsi eroicamente.

II.

Chiusa nella sua cameretta che il pianoforte occupava quasi per intero, seduta all’unica finestra prospiciente un tetro cortilaccio, Ieronima, nella quiete d’un giorno domenicale, leggeva il Rath Krespel di Hoffmann. Lo leggeva in tedesco, perché quella lingua che Moras