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domato, ella si confortò, pensando che avrebbe dato sè stessa, la sua vita, la sua fede, l’anima intera mai.

Il giorno fissato Elfrida attese Moras nella serra maggiore dello stabilimento, in quella specie di giardino d’inverno ove s’erano incontrati la prima volta fra una profusione meravigliosa di piante e di fiori.

Quando il giovine le comparve dinanzi all’ora convenuta, ella rimase colpita dalla sofferenza che gli traspariva dal volto. Moras non osava nemmeno interrogarla, soltanto i suoi occhi onesti tradivano l’ansiosa, intollerabile incertezza dell’animo.

La fanciulla gli stese una mano, dolcemente, e dopo un minuto di titubanza gli disse:

— Nella mia vita v’è una pagina... triste che nessuno ha letta mai. Io non ho nulla a rimproverarmi, le do la mia parola di gentildonna, ella ne è sicuro?

— Affatto sicuro — rispose il giovine con un lieto sorriso.

— Grazie, E... non domanderà mai nulla, non m’interrogherà sul mio passato? non esigerà alcuna confidenza?

— Lo prometto.

— Non ho altro da aggiungere — ella proseguì con un certo turbamento — ella persiste ancora nella sua cortese domanda?

— Come non persisterei nel mio più ardente desiderio?