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Le ultime parole si spensero in un soffio pieno di seducente dolcezza. Elfrida sentì un braccio sfiorarle la persona e stringerla con una certa violenza.

Afferrando finalmente il vero, ella indietreggiò con impeto, ella sbarrò gli occhi con orrore; il giovine udì il grido di ribrezzo che l’era sfuggito dal petto anelante; al lume della luna la vide farsi bianca in volto e vacillare come se cadesse. Ma fu una debolezza fuggevole. Elfrida si drizzò fieramente e le sue labbra non potendo articolare il comando, gli ordinò di retrocedere con un atto imperioso della mano.

Alessandro di Beira aveva tentato di sorridere, ma il sorriso gli morì sulle labbra dinanzi a quell’altera figura in cui tutto il sangue dei Vallarsa all’improvviso ribolliva.

Inconsciamente egli s’arretrò balbettando vaghe parole di scusa.

Merighi veniva da lontano a passi affrettati. Elfrida raccolse le sue forze e mosse ansiosa verso di lui.

Per buona sorte lo stabilimento non era lontano. Ella camminava come un’allucinata, con un pallore di morte in volto, con dei lampi di follia nello sguardo.

Arrivò ansante, si chiuse nella sua cameretta e la signora Roccaoliva, guidata da un triste presentimento, accorse per assisterla e la trovò in preda ad una violentissima febbre.

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