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tiva fredda, indifferente; le pareva che ogni personale aspirazione fosse morta nel suo cuore.

Quando qualche uomo spensierato 0 volgare le rivolgeva, non solo un complimento un poco au dace, ma anche una parola più espressiva 0 più gentile del necessario ella si turbava, ella impallidiva nella sofferenza acuta del rinnovato orgoglio.

E in tutto quel tempo, nessun uomo le aveva mai lasciato nell’animo la più lieve impressione.

Quando, trascorsa la faticosa giornata, Elfrida tornava nelle sue stanzette adorne di libri e di preziosi ricordi, il suo studio era quello di dimenticare Annie Revel e tutta la vita presente, e di non pensare ai paurosi fantasmi del deserto e solitario avvenire. Solo il passato, per sempre perduto, la dominava coll’impero delle sue memorie.

Quella sera ella stette a lungo seduta sul balconcino del suo salotto, come spesso soleva, ma le sembrò che la sua abituale mestizia si fosse mutata, all’improvviso, in un turbamento non privo di dolcezza. L’immagine del marchese di Beira si affacciava con una certa insistenza alla sua mente e ella non cercava di scacciarla. Era bello e gentile; nei modi, nella favella, nel vestire, in tutto il giovane le pareva rivelare una squisita raffinatezza. I suoi occhi grigi, dallo sguardo or vago or penetrante, esercitavano sopra di lei un’attrazione indefinibile, la sua voce quieta, armoniosa le risuonava ancora, come una musica, all’orecchio.

La notte di primavera era calda, placida, stellata.