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vasto altipiano tutto gremito di rose. Era un ondeggiamento di colori, dal paglierino all’arancio, dal rosaceo al carminio e al violetto; sul dolce pendio d’una collina fioriva come una nevicata, una macchia di rose bianche, dalla bianchezza fredda, quasi azzurina del ghiaccio alla bianchezza molle e calda della perla; un profumo acuto, inebbriante si diffondeva nell’aria; tutto intorno era silenzio e il largo orizzonte verde si perdeva nella linea cerulea del cielo. Vestita anch’ella d’un colore di fiamma, come certe specie mirabili, con una ghirlanda sui capelli biondi a guisa di diadema, Elfrida s’aggirava fra le rose, parlava dolcemente con le rose che si chinavano per salutarla al suo passaggio come una regina.

La luce dell’alba penetrava blanda dalle finestre aperte, col balsamico odore della resina, quando la fanciulla si destò, ristorata da un placido sonno, e, sollevando dalle pallide tempia i lunghissimi capelli sciolti, si rimise a meditare. La poetica visione del sogno non era ancora interamente svanita dal suo pensiero, la rosa, entro il bicchiere s’apriva, vivida, la speranza vaga s’era tramutata in desiderio, una somma di energia latente le sorgeva dal fondo dell’anima pronta a lottare eroicamente contro il destino. Elfrida rammentava d’aver letto in un periodico inglese che l’orticoltura può fornire alla donna un nobile, proficuo e salubre mezzo di guadagno; difatti, fra tutte le professioni meditate una sola le sembrava meno ripugnante,