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In grazia della sua energia vigilante e del suo continuo ed efficace lavoro, nel pittoresco castello, in mezzo ai locali abbandonati, ai muri crollanti, alle torrette sfasciate, un appartamento signorile sì manteneva intatto. Non corrispondeva tutto il mobilio alla bellezza dei soffitti del Cinquecento, all’ampiezza delle sale, alla grandiosità delle finestre dai larghi davanzali, alla leggiadria di certi fregi affresco, di certi caminetti in marmo scolpito, ma l’ago della solerte custode rammendava mirabilmente i brandelli delle sete smorte e delle trine antiche.

Coi brani d’arazzo ove lo stemma dei Vallarsa era contessuto le sue provvide mani nascondevano, sui parati stinti, le traccie più scure dei quadri scomparsi per sempre, e ove l’arte non sapeva più lottare contro l’invadente povertà, la natura veniva in aiuto, col fogliame delle piante ornamentali che l’esperta cultrice cresceva rigo. gliose, coi fiori raccolti nei silenzii dei boschi, coi rami del biancospino, del citiso, della vitalba, la cui freschezza metteva un velo di poesia sulla rovina delle passate cose, i cui effluvii alpestri ne ringiovanivano il triste profumo.

Nel vasto parco, degenerato in boscaglia, gli arbusti incolti cancellavano con la loro invadente verdura le tracce degli antichi viali; gli armonici gorgoglii delle fontane tacevano perchè l’acqua non poteva più correre nei tubi sconnessi e muscosi; le aiuole erano invase dalla gramigna, l’erba