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pareva che un senso nuovo e arcano di pace scendesse sulla mia travagliata giovinezza. Solo m’accorava la brevitá del tempo.

Non tardò infatti ad apparirci il lungo ponte che congiunge le isole alla terraferma; alcuni campanili emersero da una fascia variopinta e irta di alberi: era la stazione marittima, la Giudecca, Venezia cinta di navi, era l’antica malinconica signora su cui si stendevano mollemente i veli gemmati del crepuscolo.

Entriamo nel canale tra due file di navigli i cui riflessi gialli, verdi, neri, tremolano sull’acqua ancor vibrante di luce, e dopo brevi soste, corriamo ancora, corriamo lungo la riva delle Zattere, dinanzi ai ponti, agli squeri, ai rii che s’internano in mezzo alle case, con un mistero profondo. Centinaia di fanali s’accendono sulle banchine, ma nell’aria perdura una luminosità trasparente, un tranquillo ed estatico prolungamento del giorno che si rasserena, mentre il colore degli edifizii e delle navi si è già annullato nella fredda uniformità della sera.

Il pescatore era sceso alle Zattere, io ero rimasto solo colla mia compagna che stava appoggiata alla parete della cabina colle mani strette e abbandonate lungo la persona in attitudine di raccoglimento profondo. Soltanto quando fummo giunti alla riva degli Schiavoni ella si mosse per uscire e mormorò colla sua voce penetrante e grave: — Ci siamo....