Pagina:Turco - Canzone senza parole.djvu/133


— 125 —


Io guardavo lontano, verso la linea molle dei monti che si perdeva nei fulgori del sereno orizzonte, guardavo i paesi e le ville biancheggianti sui colli, in un sorriso di morente sole, e il divino paesaggio di Roma mi pareva nuovo. Mi tenevo una mano al petto ove il cuore martellava, mi sentivo mancare il respiro, nell’affanno di una gioia quasi angosciosa, d’un desiderio senza nome, e alle labbra assetate mi veniva la tenera parola, continuamente, come il balbettio d’un bambino che soffre: Mamma, mamma, oh mamma!...

Non so quant’io rimanessi nel piccolo giardino, con quella trepidazione nell’anima, con quella speranza che non osavo ancora esprimere, per la tema che mi svanisse dinanzi! Assorto in una specie d’estasi interna, contemplavo quasi incosciamente il creato: i colori e le forme erano più belli, i profumi più soavi e penetranti e i misteri delle lontananze vaghe non turbavano più colla stessa inquietudine l’intimità del mio pensiero.

Quando mi scossi e m’alzai dal cippo ove stavo seduto, la notte era discesa lentamente sul mirabile paesaggio; il primo quarto della luna viaggiando entro il purissimo spazio, accarezzava con un blando chiarore il volto corroso e deturpato della ninfa boschereccia e i crisantemi bianchi come fantastici spettri florali, dominavano col loro candore immacolato la fredda penombra.

Più tardi, a notte inoltrata, quando la casa fu tutta immersa nel silenzio, incapace ormai di