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pagni di quelle beffe che si leggono in molte scipite novelle de’ nostri classici in punto di lingua.

I figliuoli de’ benestanti andavano a scuola; ma a scuola di maestri che mal conoscevano e parlavano la lingua italiana; perchè, non so per quale fatale combinazione, la più parte di loro erano Gesuiti bavaresi, e de’ meno abili, chè i buoni si tenevano là fuori. Interrogato uno di essi dal vescovo Sizzo qual ufizio gli fosse addossato? il pover uomo rispose: Son fenuto per tradire la filosofia! Per ciò l’insegnamento di que’ Padri, che per tutto altrove era l’ottimo, qui era tale che la gioventù imparava poco ed annojavasi molto. Quindi, non conoscendo nè pure per nome gli scrittori italiani che avrebbero potuto invogliarli a studiare, molti bravi giovani si a davano all’ozio.

Conseguenza di un tal genere di vita e di occupazioni de’ ricchi era, che gli artisti in città trovavansi in piccol numero e poco valenti, e che molti poveri non avendo travaglio, passavano il tempo dormigliosi nell’ozio per impoverire ancora più, e dovere poi, mendicando, assediare le porte del castello vescovile, dei conventi e delle case dei doviziosi.