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58 i - dialogo


Raffaella. Tu parli da giovine, come tu sei. Che vuol dire «l’onestá sua», semplicella?

Margarita. Oh! non m’avete detto che l’onestá è la prima cosa che una donna ha da salvare?

Raffaella. Si, appresso di tutti gli altri. Ma con quel che si ama bisogna ingegnarsi di trovarsi con esso in luoghi segreti, tutte le volte che ne verrá occasione.

Margarita. E che se gli convien poi fare in tai luoghi?

Raffaella. Che cosa, ch, che se gli convien fare? A’ noccioli? Scioccarella! Tu mi riesci piú scempia ch’io non pensava. Voglio, dico, che, quando sono insieme, sien lontani da ogni finzione, e debbano unirsi con tutto l’animo, col corpo, col pensiero e con quel che piú si può.

Margarita. Voi parlate bucarato, madonna Raffaella. Volete forse dire che una gentildonna, in tal caso, ha da far le fusa torte al suo marito?

Raffaella. Che «torte»? Anzi drittissime! Torte sono quelle che si fanno col marito!

Margarita. Non è che per questo non se gli facessero le corna?

Raffaella. Corna sarebbero, se si sapesse. Ma, sapendo tener la cosa segreta, non so conoscere che vergogna gliene segua.

Margarita. Or pur v’ho inteso, e mai l’arrei pensato! Perchè io mi pensava che questo amore avesse a esser de l’anima ed onesto; chè cosí sentii dire una sera a una veglia in un gioco ad un degli Intronati, che lo chiamano il Garroso o Ostinato, che non mi ricordo.

Raffaella. Quanti errori fan certi, a mettere questi rulli e questi giardini in aria nel capo a le giovani! E sappi che cotestui si burlava e l’intende come io, benchè faccia cosí de l’onesto e che s’empi la bocca d’onestá. Che onestá! La cosa va come ti dico. O tu me hai fede o no.

Margarita. Da un canto non so che mi dire: e’ mi parerebbe far torto al mio marito; e da l’altro non posso dir se non che le vostre ragioni oggi mi piacceno.