Pagina:Trattati del Cinquecento sulla donna, 1913 – BEIC 1949816.djvu/263


libro secondo 257


simil donna soffrire mille e lunghissimi travagli, peroché chi con occhio discernevole guarderá lei, giudicheralla pur troppo degna d’essere paragonata con le eterne dèe. — Noi, s’io diritto giudico, possiamo con ragione usare qui l’ultime sue parole, e dire che questa donna nostra, tanto bella di fuori, si può agguagliare giustissimamente con le dèe. E con quali dèe poi? Veramente con quelle che, bellissime ed ignude, nel colle ideo Paride, felice pastore, ebbe a mirare; e, se di queste ancora a qual piú ella si rassomigli vorremo considerare, agevolmente troveremo ch’a lei, che lieta n’andò del pregio per cui arse e cadde Troia: io parlo di Venere bella. Se ben ora que’ due cotanto famosi ritratti di lei che fece Prassitele, nobilissimo scoltore, si trovasser al mondo, e quello massimamente ch’egli vendè agli abitatori di Gnido (il quale, per la sua somma e non mai abastanza lodata perfezzione, potè a sè trarre molti e molti peregrini vaghi di vederlo, e di sè accendere ed invaghire uno sì fattamente, che la notte si giacque seco), nondimeno chi di noi è che, amendui questi ritratti, pareggiati col nostro, non giudicasse di grandissima lunga restarnegli inferiori, ed essere veramente men belli e men vaghi? Chi di noi è, signori, che, s’egli si potesse vedere quel divinissimo di Venere, sorgente dal mare, il quale lo ingegnoso e grazioso Apelle con tanta arte fece, e che poi il divo Augusto dedicò nel tempio di Giulio Cesare, non tenesse per fermo lui rimaner vinto, e vincitore il nostro? Io son piú che sicuro che, se il medesimo Apelle avesse data perfezzione a quello che voleva a’ suoi compatriotti fare piú bello dell’antedetto, e di cui solo potè fornire politissimamente il capo e ’l petto (posto terrore a tutti i dipintori di quel tempo, sí che non fu pur uno ch’avesse avuto ardire di succedere a lui e fornirlo), non sarebbe riuscito in guisa tale, che potuto avesse degnamente porsi a fronte ed agguagliarsi col nostro? Ma vogliamolo, prima che ad altro si venga, vestire o no? — soggiunse poi. A cui l’eccellente dottore rispose: — Negare non si può che, come dice l’Ariosto, una beltá talora non accresca un bel manto; ma il piú delle volte se ne vede il contrario. E di qui è che il medesimo, parlando