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libro secondo 253


si voglia, tutte le donne femine usino di nasconderlo e celarlo a noi a tutto suo potere. Noi veggiamo ciò appo l’Ariosto in Ullania e nelle compagne. Noi il veggiamo in Fotide appo l'Asino d’oro d’Apuleio. Egli ci è chiaro per Diana, da Atteone còlta con tutta la sua schiera ignuda nelle chiare acque, appo le Trasformazioni di Ovidio. Egli ci è chiaro per Olimpia appo l’antedetto Ariosto. L’abbiamo appo il Petrarca nella gran canzone. E, leggendo io, benché altra cagione ci mostra Ovidio, che Tiresia fu cecato da Pallade, da lui veduta ignuda (come piace a Properzio al quarto libro, a Seneca nella tragedia intitolata Edipo, al Poliziano nell’Ambra, nella Nutricia e nelle sue Miscellanee, e finalmente all’Ariosto in un capitolo, che incomincia «De la mia negra penna» ecc.), mi penso che ciò n’avvenisse non per altra cagione se non per averla cosí ignuda, contra la sua volontá, sguardata e scoperta: cosa che spiace stranamente alle donne, per non volere che degli uomini alcuno miri l’antedetto luogo, cui di coprire tanta cura mostrano d’avere, che insino sul morire non la lasciano le generose e veramente donne. Per la qual cosa leggo appo Ovidio che Polissena (di cui si ricordò il Petrarca al sonetto «In tale stella»), giunta al punto della morte, non la lasciò. Leggo appo Giustino che Olimpiade, madre del grande Alessandro, con la vesta e co’ capelli isforzossi di velare questo luogo morendo. Veramente la natura ha qui operato in modo, ch’io le vederei, s’io potessi, volentieri nel seno, per poterne cavare ragione di ciò che mi sodisfacesse e mi acchettasse un poco. Ma, quando ho bene il mio pensiero in questo stanco, io trovo che per ciò ella tale instinto nelle donne ha posto, perché fra i loro membri ha voluto questo disonesto e quell’onesto chiamarsi, e però questo scoprirsi e quello coprirsi. E di qui è che la testa, quasi membro onestissimo, il piú delle volte si mostra ignuda, come le mani ancora ed altre parti; ma quelle, che sotto il ventre si celano, quasi disoneste, si vengono da noi a celare e velare il piú altresí: «da noi» dico, perché noi ancora abbiamo questo naturale, e non le donne pure. Onde il divino Agostino, al quartodecimo della Cittá di Dio, dice che