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I Satiri alla caccia di Sofocle, da poco tempo ritrovati, in condizioni abbastanza buone, in un papiro egiziano1, piú che per l’intrinseco pregio, interessano perché offrono un secondo esempio di dramma satiresco, tipo d’arte che per noi moderni era finora rappresentato solamente dal Ciclope d’Euripide.

Il dramma satiresco seguiva, quasi come un farsa, le trilogie tragiche, che i poeti presentavano agli agoni annuali. Ma, sebbene relegato in posto secondario, esso offriva, piú che non i drammi della trilogia, una immagine, sia pure alterata e tecnicamente raffinata, della tragedia primordiale.

Per farsi un’idea di ciò che fu nella sua prima origine la tragedia, bisogna spogliare questo vocabolo del significato che esso è venuto assumendo via via nel corso dei secoli. Non vicende terribili e cruente, non cozzo di caratteri aspri ed elevati, non austerità né sublimità di loquela. La tragedia

  1. Furono pubblicati nel volume IX dei papiri d’Ossirinco (1912), poi riprodotti piú volte, e, ultimamente, nella edizione di Sofocle del Masqueray (Paris, Société d’édition «Les belles lettres»). Il titolo greco è Ἰχνευταί, che vorrebbe dire «I cercatori di piste».