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alla sostanza del dibattito. Poiché alcuni sostengono che sia nel giusto Antigone; ed altri, Creonte; e chi opina (per esempio, il Boeckh) che abbiano torto tutti e due, e difendano curialescamente le tèsi rispettive; e chi, invece, che abbiano entrambi ragione, ma errino nei modi con cui la sostengono: onde la loro duplice punizione; ed Hegel, infine, sommo, qui, come sempre, nell’esprimere con piglio da Sibilla le più solenni fatuità, dice, tanto per trovare una formula nuova, che hanno tutti e due torto e ragione.

Lasciamo pure sfogare liberamente questo torrente di discussioni. Ma, quando il Jebb, poi, ci assicura che questo problema bisogna assolutamente risolverlo, perché, secondo che si adotti l’una o l’altra interpretazione, muta anche la nostra valutazione del dramma come opera d’arte, allora bisogna pur rispondere che la bellezza miracolosa dell'«Antigone» è proprio ed in tutto indipendente dalla soluzione di questi formidabili problemi, che ben volentieri si abbandonano agli aguzzi denti dei rosicanti moralisti e filologi. Potrà, tutto al più, importare se Sofocle simpatizzi con Creonte o con Antigone; ma, per fortuna, questo problema è prima risoluto che proposto.

Neanche qui insisto più oltre sulle caratteristiche estetiche del dramma, che risultano evidenti alla lettura, alla rappresentazione. Conviene però osservare due particolari nella concezione e nella condotta del coro.

Sebbene l’eroina sia una donna, i coreuti non sono anch’essi donne, come avviene in casi simili in tutte le altre tragedie greche («Elettra» e «Trachinie»; e, per venire ad Euripide, «Andromaca», «Elettra», «Ecuba», «Ifigenia in Aulide», «Ifigenia in Tauride», «Medea»); bensì di uomini, di vecchioni. Ed è ottima osservazione del Jebb che così riesce più impressionante il tragico isolamento dell’eroina.

L’Antigone dei «Sette a Tebe» è accompagnata da una