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dei flauti: a me la requie
del notturno negò dolce sopor.
E sin gli amori, o misero,
gli amor mi tolse. E inculto giaccio, e il crine
ho molle ognor di brine
dense: ché la miseria
fatal di Troia, io ben rammenti ognor.

Antistrofe II
Un tempo, a me presidio
Contro i terror’ notturni era la furia
d’Aiace, e contro i dardi. Ora, ludibrio
ei fu d’un tristo dèmone.
Che resta a me, che resta piú di bene?
Deh, fossi ove del Sunio
sul pian, selvoso un promontorio avanza,
e il flutto ai piè gli danza,
sí, che un saluto volgere
di lí potessi alla divina Atene!

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