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liberamente lavorato di fantasia, modificandoli in maniera che ciascuno di essi sopravvenisse a mutare uno stato di cose creato dal precedente. Colpi di scena, insomma. E la materia drammatica liberamente elaborata in modo che lo spettatore passi di sorpresa in sorpresa. E non giova dire che ad ogni modo gli spettatori già conoscevano l’esito del dramma. È questa appunto una prerogativa della poesia drammatica, e, un po', di tutta la poesia, di illudere i cuori, sinché non giunge, sia pure per la millesima volta, l’esito fatale, che veramente tronca ogni adito alla speranza.

Abbiamo a suo luogo accennato al carattere eminentemente statico della psicologia dei personaggi di Eschilo. E abbiamo visto come, a mano a mano, attraverso gli stessi ultimi drammi di Eschilo, e poi in tutti quelli di Sofocle, a questa immobilità subentri una mobilità sempre maggiore.

Ma in nessuno dei drammi greci sopravvissuti è cosí evidente come in questa Ifigenia.

Agamennone, al primo udire il responso di Calcante, dà ordine di sciogliere l’esercito. Poi, per le pressioni di Menelao, si decide al sacrificio, ed escogita il tranello delle finte nozze con Achille. Poi muta ancora avviso, e vuole salvarla. Ma, ancora, un cumulo di riflessioni pratiche lo inducono a tornare alla prima empia decisione.

Piú che risoluto appare Menelao a lasciar sacrificare la nipote, purché il proprio onore sia salvo, e l’Ellade vendicata. Ma quando vede le lagrime che sgorgano dagli occhi del fratello, s’intenerisce, rinuncia a tutto, e gli parla con somma amorevolezza.

Achille è profondamente commosso dalla misera sorte di Ifigenia, e insieme indignato perché Agamennone s’è ser-