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IFIGENIA IN TAURIDE 207


non raggiungesse l’efficacia degli altri suoi drammi. Ma io son convinto che, senza troppo insistere sul grado, la raggiungerebbe, massime per la condotta stupenda del terzetto. Giova riportare le osservazioni finissime con cui il Patin ne rileva il fascino, massime della prima parte. «Ogni parola, egli dice, produce in noi una sorpresa duplice. Oreste è tanto meravigliato delle domande d’Ifigenia quanto Ifigenia delle sue risposte. Un interesse che entrambi partecipano, senza che essi se ne spieghino il perché, li illumina solo a mezzo sul segreto rapporto che li unisce: si vede sollevarsi a grado a grado il velo che li separa; e quando, percorsa la lunga lista di calamità della loro famiglia, giungono a parlare di questa sorella creduta morta, di questo fratello creduto lontano, lo spettatore che li vede, che li ascolta, aspetta con ansia la bene augurata parola che deve rivelare l’uno all’altro».

È proprio cosí. E il drammaturgo che sa tener sospeso l’interesse dello spettatore con una gradazione cosí sapiente, sarà sempre sicuro del successo scenico.

L’Ifigenia in Tauride è uno di quei drammi in cui piú si sente l’Euripide pittore. E la sua passione pittorica trova il suo sbocco naturale nei due racconti dei messi, e poi si insinua in tutti i canti corali. Specialmente caratteristici taluni brani nei quali si vede quasi scoppiare, repentina e pressoché fuor di proposito. Per esempio, nel primo canto intorno all'ara, i coreuti vogliono rivolgere a sé stessi la dimanda chi siano gli stranieri spinti dal mare all’inospitale terra. Ma, súbito distolti dalla forma logica all’immagine, pensano che son giunti per mare: onde il loro spirito è pieno della Simplègadi e della colorazione cerulea del mare. E questa è la nota che prima risuona nel loro canto.