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ERCOLE 163

non uccidermi, io tuo sono, tuo figlio!»
L’altro, gli occhi selvaggi, occhi di Gòrgone,
stravolge; e poi che presso troppo è il figlio
alla freccia funesta, a mo’ di fabbro
che forgia il ferro, alta sul capo vibra
la clava, e il figlio sulla testa bionda
colpisce, e il cranio gli fracassa. E, spento
il secondo cosí, muove ad aggiungere
a queste prime due la terza vittima.
Ma lo previene la misera madre,
che il pargolo sottrae dentro la casa,
e serra l’uscio. Alle ciclopie mura
quei credendosi allor, vibra la zappa,
scalza le imposte, fa saltar gli stipiti,
e sposa e figlio a un colpo sol prosterna.
Di qui, si lancia a sterminare il vecchio;
ma comparve un’imago — in essa, Pàllade
riconobbero tutti, all’elmo, all’asta
ch’essa crollava — e contro il petto d’Èrcole
una pietra scagliò, che fine pose
al delirio di strage, e l’assopí.
A terra esso piombò, col dorso urtò
una colonna, che spezzata in due,
quando il tetto crollò, s’era, e sul plinto
giacea rovescia. Dalla fuga il piede
noi trattenemmo allora; e, insiem col vecchio,
con forti guigge lo legammo stretto
alla colonna, ad impedir che quando
cessasse il sonno, egli aggiungesse nuovi
scempii agli antichi. E un infelice sonno
dorme il tapin: ché figli e sposa uccise.
Fra i mortali niun so di lui piú misero.