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Apollo
Esce dalla casa d’Admeto, si volge a contemplarla, e parla tristemente.

Addio, casa d’Admeto, in cui dovei
piegarmi, io Nume, a servil mensa! Giove
causa ne fu, che, il vampo della folgore
vibrato in petto al mio figliuolo Asclepio,
l’uccise. Ond’io, del divin fuoco i fabbri,
i Ciclopi, a vendetta, sterminai;
e, per punirmi, mi costrinse il padre
a servire un mortale. E a questo suolo
giunto, i bovi a un estranio pasturai,
e la sua casa fino a questo dí
protessi: ché in un uom pio m’imbattei,
nel figliuol di Ferete. Ora io da morte,
deludendo le Parche, lo salvai.
Mi concessero quelle che l’Averno
schivar potesse Admeto, se in sua vece
offrisse un altro agl’inferi. Provò
tutti gli amici, a tutti ebbe ricorso,
e al padre e alla canuta madre; e niuno
trovò, tranne la sposa, che sostenne