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peranza squisita, al vero eroismo, averne foggiata una figura che è la piú puramente eroica di tutto il teatro euripideo, e forse di tutto il teatro greco; e, certamente, la piú simpatica 1.

Dunque, una materia ricca e varia, disposta in tanti quadri che si succedono con gran libertà.

Nella scelta e nella disposizione di questi quadri, una evidente mira al contrasto fra l’uno e l’altro, sí che l’animo degli spettatori sia repentinamente trasportato in sfere di sensibilità lontane, e spesso opposte.

Una rinuncia assoluta alle forze soprannaturali come fattori drammatici. Anzi dal prologo vediamo che qui gli Dei non possono nulla: contro la morte, Apollo stesso è impotente. E cosí il prologo rimane perfettamente isolato, senza influsso su lo svolgimento, che si compie solo per effetto delle passioni umane, studiate con insistente spietata precisione di notomista.

E tra le forze umane ce n’è una che alla prova si mostra superiore alle soprannaturali: l’eroismo. Dove Apollo non può, Ercole può. Sotto la buccia della favola è facile scoprire una concezione profondamente filosofica. Né la riterremo casuale in un’opera del pensatore Euripide.

Una larga introduzione di elementi comici, che conferiscono varietà e agilità alla materia tragica, e la rendono aderente alla vita, e perciò d’interesse perenne, senza punto intaccarne la serietà essenziale.

Il coro sottratto alla concezione arcaica, risoluto nei suoi

  1. Sia sempie onorata la verità. II vecchio Hermann, in contrasto con l’opinione corrente (vedi oltre), aveva già scritto (Opusc. II, 318): «Hercule illo vix quidam divinius ab Euripide factum est.»