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ALCESTI 107


Nuovo trapasso. E, con finissimo intuito, Euripide non cerca nuovi colori. Egli sa che perfino l’eccesso di varietà può ingenerare fastidio; e, d’altronde, col suo profondo intuito musicale, sa qual sigillo d’unità imprimano in qualsiasi opera gli opportuni richiami, di spiriti e di forme. E, qui, col ritorno di Admeto che geme, e del popolo che risponde, quasi litaniando, alle sue querele, abbiamo una ripresa di patetico, che riecheggia, anche in parte, per materiale estensione, generatrice di simmetria (245-415 = 861-1005), il primo episodio, della morte di Alcesti.

E dopo il richiamo patetico, ecco quello eroico, col ritorno d’Ercole, che riconduce Alcesti. E non è sottilizzare osservare che il richiamo è duplice, ai due colori che abbiamo veduti nell' eroismo di Ercole. All’umorismo del dialogo col coro, al suo primo arrivo, corrispondono le scherzose tergiversazioni onde l’eroe prepara Admèto alla visione della sposa rediviva. Ma nelle battute velocissime con cui taglia corto ai reiterati inviti del re, e s’incammina verso il mortal pericolo della nuova impresa, abbiamo un’eco del purissimo eroismo che sfolgora quando, dopo la scena col servo, si lancia ad affrontare il Dio della morte.

Sono ovvii ed antichi, e si rinnovano necessariamente in ogni lettore, il disgusto e il biasimo per l’egoismo e la viltà d’Admèto.

Egoismo e viltà che sono impliciti nella sostanza del mito. Ma Euripide si compiace a svilupparli, a metterne in piena luce ogni particolare. E le disperate ed insistenti querimonie d’Admèto, e la fanfaronaggine onde ogni momento minaccia di uccidersi, e rimane sempre in vita (durante i funerali pare che abbia fatta la commedia di volersi gittar nella fossa), ren-