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L’Alcesti è del 438. Già da 17 anni Euripide era sceso nell’agone dell’arte; ma i drammi di quel primo periodo son tutti andati perduti. E di fronte all’opera dei due predecessori onusti di gloria, questo dramma si presenta primo ad affermare l’arte del giovine ardito innovatore.

S’apre in modo solenne, e un po’ raro, come il Prometeo d’Eschilo, con un dialogo fra due creature soprannaturali. Ma di fronte alla coppia Potere-Efesto (e tanto piú di fronte all’altra di Atene e Ulisse, che apre l'Aiace), questa è anche piú solenne e suggestiva. Perché qui sono di fronte due creature che simboleggiano i due poli dell’essere: Apòlline, il Dio della luce, la vita; e Tànato, che col semplice tocco della sua spada dissolve nel nulla ogni forma creata. La simultanea presenza dei due Dèmoni in un luogo non è possibile. Qui vengono al cozzo, e dopo un duello, in cui le battute di Apollo, via via serene, insinuanti, supplici, animate, sdegnose, minacciose, insomma varie e ardenti come la vita, s’infrangono contro un tono unico, monotono, freddamente dialettico, come le onde sfavillanti al sole contro una muta negra roccia del mare, Apòlline riesce vinto, e deve allontanarsi. Tànato entra dominatore nella casa di Admeto.