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LE BACCANTI 21

È proprio cosí. Quei pochi tratti sono tanto precisi, efficaci, incisivi, che tutto il dramma è pieno del Citerone, del Citerone maledetto — come geme infine Agave — che diviene infine una specie di pauroso idolo invisibile imminente su tutta l’azione.

Difficilmente si potrebbe immaginare un soggetto che meglio delle Baccanti si prestasse a grandi effetti musicali. Appunto in seno ai riti dionisiaci crebbe e si svolse quel tipo speciale di musica che dall’Oriente irruppe nella Grecia, simile a torrente primaverile, e che alla tradizionale melodia sobria ed austera ne sostituiva una piena di foga e di slancio, alla cetera limpida e composta, disciplinatrice d’anime, il flauto che con la voce intima passionale sconvolgeva profondamente i cuori.

Euripide, abile musicista, e seguace, come vedemmo, o, almeno, ammiratore dell’ardito innovatore Timoteo, dipinto dalla tradizione quasi come un Wagner di quei tempi, dove certo trarre partito dei mezzi che gli offriva la nuova tecnica.

Purtroppo, tutta questa parte della sua creazione, che doveva elevare molto il complesso valore della tragedia, e insieme mascherare alcune prolissità e negligenze assai visibili in qualche parte corale, è irremissibilmente perduta.

Ma già l’analisi degli schemi metrici ci fa vedere che la cura posta da Euripide nel musicare questo lavoro fu straordinaria. Solo l’esame del testo può mostrare con quanta precisione i ritmi seguano e figurino il vario atteggiarsi dell’azione.

Qui mi limito ad osservare che l’abbondanza delle misure in levare, da me rese in genere con movimenti dattilici e anapestici, caratterizza le danze e tutta la vita dionisiaca; e che la quadratura, che si può quasi sempre ricostruire sopra una relativa semplicità di figurazioni, conferma quanto già