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LXIV EURIPIDE

nerò le Muse; e in questo ètere immacolato, vede gli Ateniesi muovere con morbido incesso, simili a Numi.

Ma, innanzi tutto, tocca il suo spirito e vi gitta i primi piú tenaci germi di creazione poetica, la visione della donna. Nella bellezza ermetica dei volti femminili egli, già, oltre che artista, pensatore, sente nascosto e adombrato in cifre arcane il segreto della vita, della sua origine, delle sue leggi, della sua mèta misteriosa. E in certi atteggiamenti dello spirito femminile, scorge adombrata la mèta della perenne aspirazione alla bontà, che, pur contrastata dalla ferinità degli istinti, vive perennemente nel cuore di tutti gli uomini.

Artista di nascita e d’elezione, non si arresta alla fase contemplativa; ma, ancor giovinetto, è vinto dal bisogno di riesprimere tutto il mondo di emozioni suscitato in lui dallo spettacolo dell’universo. E si avvia verso l’arte che sembra la piú diretta ed efficace a tale opera di riespressione, la pittura. Giovinetto, fu pittore. E suoi quadri si mostravano in Megara. Ma presto abbandonò quest’arte: o per minor disposizione, o perché i mezzi tecnici della pittura gli sembrarono impari ad esprimere il mondo di fantasmi che gli tumultuava nel seno. E si volse alla parola. La lingua attica, giunta a perfezione insuperabile, spiegava ai suoi occhi abbacinati una prodigiosa tavolozza, ricca di tutti i colori e di tutte le sfumature. Egli la studiò col medesimo spirito onde finora aveva tracciate linee, impastati colori. Ne divenne in breve maestro incomparabile. E i molti ed accaniti nemici che egli ebbe, come ogni artista di genio, a cominciar da Aristofane, dovettero subir l’onta, involontaria, e forse incosciente, di rimaner fatalmente, per questo riguardo, suoi imitatori.

Dalle bellezze sensibili dell’universo, dai suoi tentativi, o sulla tela o nei versi, di riprodurne le affascinanti parvenze, egli talora leva le pupille stanche, le fissa al cielo, all’ètere,