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xxxiv prefazione

nascosta nell’ombra dei santuarî e delle sette filosofiche, ma proiettando sopra ogni forma d’arte un suo strano colore, scomparso a mano a mano sotto i varî strati della poco veggente erudizione1. E nel nostro caso speciale, tutti vedono quanto il carattere di queste rappresentazioni, pittoresco e taumaturgico, armonizzi con la tragedia di Eschilo. Il quale, nato ad Eleusi, fu, sin da fanciullo, imbevuto di quell’aura mistica. Egli stesso lo dice, nelle Rane d’Aristofane:


Demètra, tu che il pensier mio nutristi,
de’ tuoi misteri fa’ che degno io sia.


***


Spero che questi elementi, quanto ho potuto obiettivi, gioveranno a guidare il lettore attraverso la poesia eschilèa, alpe sempre sublime e fiorita di selve, ma spesso malagevole e impervia. Serviranno anche, spero, a rendere ragione di certe sue singolarità e stranezze, non imputabili alla minor maestria dell’artista, bensí alla tirannia inviolabile della tradizione.

Tale l’unità di luogo. Intesa l’origine dal dramma tragico, si vede come essa era legata alla continua presenza del còro. Legame di tradizione, dunque, e non già cànone della drammaturgia eschilèa. Tanto vero che Eschilo lo frange.


  1. Vedi il mio libro Nel regno d’Orfeo (Zanichelli), pag. 3 sg., e 16 sg.