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I SETTE A TEBE 191

questo indovino, figlio d’Oïclèo,
uom saggio, e giusto, e buono e pio, profeta
grande, con gli empî, a suo mal grado è tratto,
coi tracotanti, che la lunga via
batteran presto del ritorno: e anch’egli
travolto ivi sarà. Giove lo vuole.
Ei non s’abbatterà, credo, sui valli:
non perché vile o d’animo codardo;
ma in questa mischia, il so, cadere ei deve,
se pur frutto han gli oracoli d’Apollo,
che sogliono tacere, o il vero parlano.
Ma pure, contro lui, Làstene prode,
ostile agli stranieri, io schiererò,
che le soglie tuteli. Annosa mente,
floride membra, rapida pupilla;
e non trattiene la sua mano, quando
deve ghermir la spada al lato manco.
I Numi, poi, dan la fortuna agli uomini.
coro
Antistrofe III
Oh Numi, udendo le giuste preghiere,
esaüditele, fate che Tebe
sorte abbia fausta: gli orror’ della guerra
sugli invasori torcete: col fulmine,
fuor delle torri li stermini Giove.
esploratore
Il settimo or dirò, che sta dinanzi
alla settima porta, il fratel tuo,