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atto quinto.— sc. IV. 371

Erodiade.Sefora....
Giovanni.               Avresti?
Erodiade.                              Con mie mani spenta!
Giovanni.Mostro!
Erodiade.               Non a te spetta il palesarmi
Qual mostro io sia: più di te il so. Ti chieggo
Se un termin v’ha che, oltrepassato, escluda
Dal perdono di Dio; se disperata
Deggio Dio maledire e all’altre morti
Da me scagliate aggiungere la tua,
Aggiungerne altre! — o se, or che l'abborrita
Rivale ho spenta, — ov’io cessi dal sangue,
Ov’io te onori ed ogni giusto, ov’io
Cancelli con perenni opre incolpate
I passati furori, ov’io la forza
Volga di mia bollente alma alla gloria
Del mio re, del mio popol, del mio Dio,—
Questo Dio, mosso da pietà, o da preci
De’ servi suoi, dalle tue preci, un velo
Stender consenta sulle mie peccata,
E benedir gli estremi atti d’un core
Ch’esser pio non potea, finchè rivale
Un altro cor gli palpitava appresso.
Giovanni.Un termin v’ha che, oltrepassato, esclude
Dal perdono di Dio! — Ma non la morte
Di Sefora è; non qual più fosse orrendo
Immaginabil parricidio. Il varco
Ch’eternamente dal perdono esclude,
È — rinunciare al pentimento!
Erodiade.                                                  Ed io
Non vi rinuncio. Oh, mi consola, estingui
In me questi rimorsi, in me quest’odio
Dell’universo e di me stessa.
Giovanni.                                                  Ammenda!
Erodiade.Qual voce?
Giovanni.                    Ammenda!
Erodiade.                                        La farò.
Giovanni.                                                            Ti stacca