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atto quarto. — sc. vi. 253

Gabriella.Quanti i perigli intorno sieno, ignoro.
Un m’atterrisce, e nol conobbi io pria. —
Ariberto, che festi? A qual cognata
Addurmi consentisti? Ella....
Ariberto.                                                       Prosegui.
Misero me! che ti dicea?
Gabriella.                                                  Baciava
Quasi tenera madre il figlio tuo....
E con tal voce che tradíala, il nome
Profería.... d’Ariberto.
Ariberto.                                             Oh sposa! un tempo
Fu,... che indovini: e di quel tempo ognora
Favellarti temei.
Gabriella.                                   Da te fu amata?
Ariberto.Il fu, ma sua superba anima, e il cieco
Idolatrar le imperïali insegne,
E il plauso ch’ella dava alla ferocia
Del popol suo contro a Milan, tal mosse
Sdegno nell’alma mia, che il già fermato
Imeneo rigettai. Dalle paterne
Case allor mi ritrassi; e, te veduta,
Sentii che donna del cor mio tu sola
Esser potevi.
Gabriella.                         Ella ancor t’ama.
Ariberto.                                                            Offeso
Orgoglio forse più che amor. Felice
Io con Ermano la credea: tal parve
Al padre mio sinor. Ma non soverchia
Ansïetà perciò t’affanni. Scansa
Dell’insana il cospetto; agio le dona
A ridar calma agli agitati spirti.
Virtù in lei forse estinguerà un affetto
Prodotto sol dal ritornar primiero
Di dolci, perturbanti ricordanze.
Gabriella.Tai perturbanti ricordanze il tempo
Cancellar potrà mai? Donna che amarti
Potè una volta, cesserà? No, in queste
Mura ella ed io capir più non possiamo.