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atto quinto.—sc. ii, iii. 139

Onde, anche desio, uom si ricorda, e il brama!
Sogno! o se tal non fosse? — ecco; gli umani
Pusillanimi son! Jefte, infiacchito
Sei da vecchiezza, e perciò tremi. — Iddio?
Anch’io un tempo il pregava. Oh età felice
D’errori! il ver, tristo è guadagno, infame!
— Dessa? — io vacillo, parmi.


SCENA III.

I Leviti conducono ESTER velata.


Jefte.                                             Anco un istante
Seco favellar debbo.1
Ester.2                                   Ov’è Azaria?
Ch’io ’l veggia prima di morir.
Jefte.                                                        Proterva
Ancor sei tu? Vedi: la tazza è quella:
Questo il suol dove in breve, ahi! palpitante
Fra dolori atrocissimi, a’ miei piedi,
Pentita piangerai, ma troppo tardi.
Raccapricci.... il respir quasi ti manca....
Ti reggi a stento.... ancor pietà mi fai.
Qual prò di tua stoltezza? — Odi il lamento
Del picciolo tuo Abel: misero! ei chiama
La madre sua, nè più la vede: al figlio
La snaturata anteponea l’orgoglio!
Nè a quel fanciullo un padre avanza: e pianto
E rabbia struggon d’Azaria la vita:
Il figlio ei mira, e lo respinge; orrendi
Dubbi in lui forse....
Ester.3                                   Ah no! — taci! — oh barbarie
Mai non udita!
Jefte.                              A ciò tu non pensavi. —

  1. Fa cenno ai Leviti, i quali si ritirano.
  2. La sua voce è commossa; malgrado la forza ch’ella vuol farsi, è in lei quell’abbattimento e quel tremore che l'avvicinarsi della morte cagiona.
  3. Colla massima ambascia.