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atto quarto.—sc. i. 133

Ester.                                             Mie colpe scerni?
Ma perchè si tenace è il creder tuo
A scellerato amico? ad uom che spinse
La sua baldanza atroce (inorridisci!)
Sino ad offrirmi, del tuo scempio rea,
La man di sposo? — Mi respingi? Indarno
Dunque?...
Azaria.                    Pacato ancor vorrei parlarti.
Inestinguibil di ragion v’è un lume,
Che i giudizi dell’uom guida: quel lume
Splende anco a te. Ben da te stessa il vedi,
Che niun di Jefte creder può giammai
Infamia tanta: d’un mortal che tutti
Omai trascorsi, e tutti nella via
Di virtù più severa ha gli anni suoi.
È ver, fu pura anco tua fama un tempo:
Ma giovin sei; ma contro te una mera
Voce non è che attesti. Al sacerdote
Ombra di colpa niuno appon: ma vista
Col fuggiasco, tu il fosti: io là, piangente
Dei teneri congedi, io ti sorpresi:
Ciò negar tu nol poi. Che giova adunque
Il finger più? Scegli un partito alfine
Men reo, men vano: il fallir tuo confessa,
Solo a me, qui: niuno il saprà. Tua piena
Fidanza in me, prova mi fia che indegna
Appien non sei del mio perdon: ciò basta
Perchè di Jefte stesso io l’ira affronti,
L’ira d’Engaddi intera, e ad ogni costo
Dal già decreto rito io ti sottragga.
Ester.Ed io pacati detti ancor rispondo. —
Lume che guida uman giudizio, è falso
Lume talvolta: ah nol sapea, lo imparo!
Io del creduto estinto padre mio
Il riviver narrai; ciò inganno sembra:
Dissi ove stanza avea: niun voi ritrova,
E ciò maggior sembianza di menzogna
Reca al mio dir. Che intera Engaddi quindi