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manzoni inedito 477

          E sento come il più divin s’invola,
          Nè può il giogo patir della parola.

Due versi belli e concettosi, che facevan sempre più rimpiangere i fratelli perduti.

Sennonché, dopo le vane ricerche di tanti e del Bonghi e mie, ecco che del poemetto vengono alla luce due ottave; e proprio quelle in cui il frammentino era incastrato. Ha avuto la fortuna di ripescarle il mio collega professor Attilio de Marchi; al quale è stato permesso di frugare nel tesoretto delle molto carte e cartacce Manzoniane, legate da Stefano Stampa, il figliastro del poeta, al Pio Istituto dei Figli della Provvidenza. Esse dicono:

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Ma più nel sacro punto allor che l'alma
     Dai pigri nodi del sopor si scote;
     Che in sè sola ancor vive, e lieve, in calma,
     Il soffio della vita lo percote;
     Nè giunta a soverchiarla ancor la salma
     È delle cure e delle voglie note;
     Sì che il pensier disprigionato e solo
     Batte per aria più celeste il volo.

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Ma se le viste cose a narrar prendo,
     Gran parte la memoria m’abbandona,
     Chè, i terrestri pensier sopravvenendo.
     Al primo soffio, di leggier s’adona;
     E quel pur che a fatica in carte io stendo
     Del concetto minor troppo mi suona;
     Ch’io sento come il più divin s’invola,
     Nè può il giogo patir della parola.
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Siamo ancora al preambolo; e si capisce come donna Teresa Manzoni dal tenore di queste ottave argomentasse che il poemetto giovanile dell’ormai suo Alessandro s’avesso a intitolare Le visioni poetiche. Essa non poteva sapere, come il Grossi, che il poeta aveva una volta avuto in monte un poemetto sulla vaccinazione, e non avrebbe potuto argomentarlo da questi versi. Anzi non sa neanche quando siano stati composti; che annota: «Versi di A. Manzoni fatti nell’età d’anni 24 (o 17?... domandargli)».

Ancora. In un libriccino, sulla cui copertina è notato: «Copia scritta da Teresa Borri Stampa Manzoni. — Per