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insieme». E da Londra ci si suggeriva di abbandonare pel momento la Toscana. Cavour rispondeva: «Anzichè abbandonar la Toscana, siamo decisi a batterci da soli contro l’Austria»: una frase che sarebbe parsa una spacconata da chiunque altri proferita.

Intanto veniva in Milano ad accompagnarvi il Re, che v’era stato invitato alle feste di carnevale. I nostri vecchi non ricordano senza lagrime quei giorni di giubilo patriottico. Cavour era l’idolo dei Milanesi; ed egli, quasi che nessun’altra cura gli occupasse la mente, assisteva ai ricevimenti, ai balli, ai veglioni, dovunque festeggiate, nei salotti come nelle vie1.

E in uno di quei giorni appunto, appagò l’antico desiderio, di visitare il Manzoni. Lo ricercò nella casa di via del Morone, dove l’arciduca Massimiliano non era stato ammesso, ma dove, un po’ prima o un po’ dopo di Cavour, sarebbero pure stati accolti Giuseppe Garibaldi o Giuseppe Mazzini, Daniele Manin2 e il principe Umberto. Quante e quali cose, tutte memorande, non erano avvenute dal primo incontro nella villa di Stresa! L’omino d’allora aveva fatta l’Italia! E ora il vate e il fattore d’Italia si stringevano la mano: la poesia si disposava alla storia. Era realtà e pareva un sogno; era storia e pareva leggenda; erano due uomini, e noi co li raffiguriamo, a cinquant’anni di distanza, come duo Numi tutelari della patria, che s’incontrassero sul campo della vittoria.

  1. V. i citati Ricordi di G. Visconti Venosta, p. 630 ss.; la vivace narrazione della signora Colet, L’Italie des Italiens, vol. I, p. 388 ss.; o Massari, Il conte di Cavour, p. 364-67.
  2. Narrava la signora Teresa Manin a una sua intima, il 24 settembre del 1842: «... del colloquio con Manzoni, è vero. Como forse saprai, il gran poeta ricusa di vedere perdono nuove, nè voleva ricevere mio marito, che taceva in sulle prime il suo nome; ma detto che l’ebbe, il fece entrare, mostrò di conoscerlo già, e con una bontà, con una semplicità di modi nuova e soavissima, s’intrattenne con lui quasi tre ore. Più volte Daniele si alzò per andarsene, e Manzoni gli fece sempre dolce forza per ritenerlo. Ti assicuro, e lo dico a te solamente, che ciò mi ha lusingata». Cfr. Il Risorgimento italiano, I, 4, sett. 1908; o Fed. Pellegrini, A. Manzoni a Venezia, Venezia, 1911, p. 24.