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manzoni e cavour 417

che un quarto personaggio, il marchese Gustavo Benso di Cavour, fratello primogenito di Camillo. Aveva conosciuto il Rosmini in Torino fin dal 1836, e gli si era legato con una amicizia ferventissima. «A cui siamo avvinti», attestava il grande roveretano nvM’lnell’Introduzione allo studio della filosofia, «con quei legami d’antico affetto e di stima che s’intessono di cose eterne». 11 Bonghi, che gli dedicò l’unica delle Stresiane da lui pubblicata, lo dice fornito d’ingegno finissimo e di cultura amplissima in filosofia; e lo rappresenta, osserva il Negri, quale «uno spirito indagatore che va in cerca delle difficoltà e non si acquieta alle apparenze ingannatrici di una facile risposta».

Ora, nell’autunno del 1850, già chiamato dal Re a sostituire nel Ministero presieduto da Massimo d’Azeglio il povero Santa Rosa, Camillo Cavour, prima di assumere l’ambito ufficio, per riposarsi delle fatiche parlamentari e riprender lena, si recò anche a Stresa, ospite del Rosmini. Il quale era l’anno innanzi tornato a quel suo romitaggio, dopo d’aver nobilmente ma infelicemente compiuta la difficile missione diplomatica che l’effimero Governo piemontese presieduto dal milanese Gabrio Casati gli aveva affidata presso Pio IX, per indurre questo principe imbelle a entrare nella vagheggiata lega nazionale contro lo straniero. Dalle finestre del palazzo Bolongaro, ora della Duchessa di Genova, Cavour, Rosmini, Manzoni contemplavano, conversando, la riva opposta, la bella sponda lombarda, «più serva, più vil, più derisa», ricaduta «sotto l’orrida verga»1 Discorrevano — e come aver l’animo ad altro? — dell’Italia e dei suoi destini. «I1 poeta parlava con serena fiducia dell’unità nazionale; il Rosmini, col benevolo sorriso, pareva dicesse al Manzoni: lasciate troppo libero il volo alla vostra fantasia; il Cavour si fregava le mani, e di tratto in

  1. Colgo l’occasione per rilevare che uno spunto di codesti versi famosi del Marzo 1821 era già nel Carmagnola. Dice il Conte, indignato delle pretese dei Commissari veneti, a proposito dei compagni d’arme gelosi dell’onor della milizia e zelatori del vantaggio di essa (a. III, sc. 2ª): «Io tradirli così! Farla più serva. Più vii, più trista che non è!..»