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manzoni e cavour 413

accenti «l’idioma gentil sonante e puro», il conte di Cavour contemplava l’opera sua; e, come il Dio della Bibbia, «vidit cuncta quae fecerat et erant valde bona».

La Camera elettiva intraprese energicamente i suoi lavori; ma la procedura della verifica dei poteri era lunga, e al Ministro tardava la proclamazione ufficiale del Regno d’Italia. Ne presentò quindi il disegno di legge al Senato. Come nell’un ramo del Parlamento egli aveva sollecitato che entrasse, deputato di Borgo San Donnino, Giuseppe Verdi — «Verdi dev’essere deputato!», egli aveva detto, prima delle elezioni, a un amico di Parma; «ci vuole l’armonia; l’Italia è stata fatta con l’armonia, ed è giusto che Verdi abbia posto tra i rappresentanti della nazione!» 1— ;

  1. Cfr. Massari, Il Conte di Cavour; Torino, 1873. p. 402. — Verdi aveva fatto parte della Deputazione che, nel settembre 1859, venne a Torino per presentare al Re il voto dell’Assemblea di Parma, favorevole all’annessione dell’ex-Ducato al Piemonte. «Il famoso compositore, l’Autore del Trovatore, Traviata, ecc.», si affretti a recarsi a Leri, per procurarsi il piacere di fare una visita a Cavour. «Trattasi di una celebrità europea», questi scriveva a Giacinto Corio. «penso che Ella avrà piacere di fargli compagnia» (Chiala, VI. 439-443). — Pel grandissimo Ministro il grande Maestro aveva una venerazione senza contini; e quando, a Busseto, gli giunse la ferale notizia della sua morte, scrisse costernato ai collega ed amico Opprandino Arrivabene: «Al momento di partire, sento la terribile notizia che mi uccide! Non ho il coraggio di venire a Torino, nè potrei assistere ai funerali di quell’uomo... Quale sventura, quale abisso di guai!». E qualche giorno dopo, il 9 giugno: «Mi scoppia il cuore a venire a Torino.» E non andò; ma fece celebrare un ufficio funebre a Busseto. Il 14 così ne rendeva conto all’amico: «Le esequie a Cavour furono celebrate giovedì con tutta la pompa che poteva aspettarsi da questo piccolo paese. Il clero celebrò gratis; e non è poco! Io ho assistilo alla funebre cerimonia in pieno lutto, ma il lutto straziante era nel cuore. Inter nos, io non potei trattenere le lagrime, e piansi come un ragazzo... Povero Cavour!... e poveri noi!...». — Il Verdi rimase deputato fino al 1865, quando rifiutò in modo assoluto la candidatura. Perchè persistere? Alla Camera, diceva, «si attacca sempre lite, e si perde tempo». Ma ancora il 29 dicembre 1867, scrivendo da Genova all’Arrivabene, si rammaricava della iattura toccata all’Italia con l’acerba morte di Cavour. «Volevo aspettare a scriverti che fosse finito questo per me maledettissimo 1867, ma desidero che ti arrivino i miei auguri in tempo pel nuovo anno. Non so se veramente per un italiano, che ami con sincerità e disinteresse il proprio paese, l’anno 1868 potrà essere molto felice. Nonostante, ti auguro in questo ogni bene possibile. Tu hai ben ragione: Cavour ha portato seco il senno e la fortuna d’Italia!». Cfr. A. Luzio, Profili biografici e bozzetti storici, Milano, 1906. p. 127; ed Epistolario Verdiano, nella