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Quadrilatero, e si rivolgevano a Carlo Alberto per invocarne l’aiuto, egli scrisse nel suo Risorgimento:

L’ora suprema per la monarchia sabauda è suonata; l’ora dello forti deliberazioni, l’ora dalla quale dipendono i fati degl’imperi, le sorti dei popoli. In cospetto degli avvenimenti di Lombardia e di Vienna, l’esitazione, il dubbio, gl’indugi non sono più possibili: essi sarebbero la più funesta delle politiche. Uomini noi di mente fredda, usi ad ascoltare assai più i dettami della ragione che non gl’impulsi del cuore, dopo di avere attentamente ponderata ogni nostra partita, dobbiamo in coscienza dichiararlo: una sola via è aperta per la nazione, per il Governo pel Re: la guerra, la guerra immediata e senza indugi1.

Il Parlamento, che incute tanto terrore ai ministri mediocri, era uno strumento formidabile nelle sue mani. Nè il Parlamento soltanto. Anche il Re, ed era quel Re!, non era messo a parto so non di quel tanto delle macchinazioni che fosse necessario. Al Vimercati, cui inviava nel gennaio ’61 un memoriale riservatissimo destinato all’Imperatore circa la questione romana, soggiungeva: «Non essendo il Re forte in teologia, ho creduto inutile di entrare con Sua Maestà in particolari sui negoziati delicatissimi per Roma». Era un teologo laico lui, il conte di Cavour! Alla signora Colet che, nel primo vederlo, aveva esclamato: «Je suis enchantée de saluer le régénerateur de l’Italie, un Richelicu, moins le sang»; egli rispose sorridendo: «Et moins la soutane, que je déteste».



Che giornata di gloria quella del 18 febbraio 1861, quando, diciotto mesi dopo Villafranca e solo un anno dopo il ritorno di Cavour al governo, nell’aula ora angusta del palazzo Carignano si trovarono per la prima volta radunati i rappresentanti di tutta l’Italia! Mancavano ancora quelli di Roma e di Venezia; ma la loro mancanza accresceva la commozione dei presenti e temperava di malinconia la loro gioia. «Figli tutti d’un solo riscatto», modulanti in cento diversi


  1. Cfr. Il Conte di Cavour: saggio politico di Enrico de Treitschke; Firenze, 1873, p. 58-9.