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Pagina:Tragedie, inni sacri e odi.djvu/409


in morte di carlo imbonati 379

     Il casto petto di colui che piangi;
     Sarà, dicea, che di tal merto pera
     Ogni memoria? E da cotanto esemplo
     15Nullo conforto il giusto tragga, e nulla
     Vergogna il tristo? Era la notte; e questo
     Pensiero i sensi m’avea presi; quando,
     Le ciglia aprendo, mi parea vederlo
     Dentro limpida luce a me venire,
     20A tacit’orma. Qual mentita in tela,
     Per far con gli occhi a l’egra mente inganno,
     Quasi a culto, la miri, era la faccia.
     Come d’infermo, cui feroce e lungo
     Malor discarna, se dal sonno è vinto,
     25Che sotto i solchi del dolor, nel volto
     Mostra la calma, era l’aspetto. Aperta
     La fronte, e quale anco gl’ignoti affida:
     Ma ricetto parea d’alti pensieri.
     Sereno il ciglio e mite, ed al sorriso
     30Non difficile il labbro. A me dappresso
     Poi ch’e’ fu fatto, placido del letto
     Su la sponda si pose. Io d’abbracciarlo,
     Di favellare ardea; ma irrigidita
     Da timor da stupor da reverenza
     35Stette la lingua; e mi tremò la palma,
     Che a l’amplesso correva. Ei dolcemente
     Incominciò: Quella virtù, che crea
     Di due boni l’amor, che sian tra loro
     Conosciuti di cor, se non di volto,
     40A vederti mi tragge. E sai se, quando
     Il mio cor ne le membra ancor battea,
     Di te fu pieno; e quanta parte avesti
     De gli estremi suoi moti. Or poi che dato
     Non m’è, com’io bramava, a passo a passo
     45Per man guidarti su la via scoscesa,
     Che anelando ho fornita, e tu cominci,
     Volli almeno una volta confortarti
     Di mia presenza. Io, con sommessa voce,
     Com’uom, che parla al suo maggiore, e pensa