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una sbornia 289


qualche volta burlandomene; perchè il suo viso; magro e angoloso doventava goffo e si gonfiava. Oh no, por tornare in servizio sarei stato troppo stanco; mi girava la testa! E come avrei potuto fare se c’era il mio compagno di turno? Avevo lasciato tutto bene all’ordine, non era avvenuto niente; e l’ispettore mi aveva dato la mano, sentendogli ebbro sotto gli sguardi dei miei subalterni ch’io guardavo accigliato nervosamente, quasi che la pelle intorno agli occhi si fosse contratta da sè.

Allora, passeggiavo, per quelle strade più solitarie, dove si sentivano conversare soltanto le donne e strillare qualche ragazzo in fasce. Un organetto a mantice suonava sempre dentro un’osteria, il cui lumicino rosso aspettava gli avventori. Passando dinanzi, si sentivano le bestemmie mescolarsi, quasi fondersi, con quel suono allegro e stridulo che pareva la risata di un becero. Uscivo un poco fuori del paese, incontrando i contadini che tornavano con i bovi. Qualche donna a una finestra, qualche uomo silenzioso a fumar su l’uscio di casa. I campi, molto più alti della strada costruita