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Pagina:Tozzi - Giovani, Treves, 1920.djvu/270


l’ombra della giovinezza 263


de, il primo scalino, disse forte perchè magari lo sentisse qualcuno:

— Par d’entrare in una chiavica.

Gli scalini erano viscidi, quasi attaccaticci; ed egli, per non inciampare, messe le mani, con le braccia aperte, da tutte e due le parti su per i due muri della scala, sentì che la calcina veniva via a pezzi. Ritrasse le mani e se le mise in tasca. Al primo pianerottolo, dove c’era un poco di luce che veniva da una lanterna, che egli non riescì a capire dove fosse, vide un usciolo da cui pareva uscisse, da sotto la fessura della soglia, un colaticcio grigio e scuro. Tastando con una mano trovò prima una ragnatela che gliela bagnò e poi una corda annodata. Egli tirò e udì, stando attento, che suonava un campanelluccio chi sa in fondo a quante stanze; forse in un giardino. Mentre aspettava che rispondessero, gli venne voglia di scrivere sul muro, con la punta del coltello, qualche parolaccia; ma, come quando dentro le chiese si sentiva prendere da un senso religioso, così lì al buio cominciava a sentire una sofferenza che pareva quella stessa dei muri e dell’usciolo. Egli sentiva che lì dentro non