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206 mia madre


sempre lontano e non gli parlassi più. Allora la presi un’altra volta con mia madre; e dissi, sebbene con disagio e arrossendo:

— Che me ne importa?

Intanto la prima lezione era per terminare, perchè l’insegnante non voleva tenerci a scuola senza ancora i libri. Tutti ci alzammo in piedi, e uscimmo spingendoci insieme alla porta; come se avessimo avuto fretta. Io, nel corridoio ch’era lungo, cercai di scappare; ma ad ogni passo mi dovevo fermare perchè era troppo pieno e non potevo passare. Quando fui fuori dell’uscio, mi sentii afferrare dietro il collo. Chiusi gli occhi; e, riaprendoli por un secondo, fui soltanto in tempo a capire che era il Mutti; come mi aspettavo.

Egli mi buttò in terra, su la ghiaia, che mi scorticò tutte e due le mani e i ginocchi; e cominciò a picchiarmi. Ma io non pensavo a lui; e mi lasciai picchiare senza nè meno muovermi. Me ne dette quante volle; e mia madre, che aveva fatto tardi, vedendomi in terra da lontano, corse a rialzarmi. Io, ora, ero solo con lei; e, quando tutta spaventata mi chiese che mi avevano fatto, le risposi: