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Pagina:Tozzi - Giovani, Treves, 1920.djvu/170


vita 163


che per parlare doveva appoggiare ora un braccio e ora un altro alla casa; rigirandosi sempre per essere sicuro che non c’era nessuno accanto. Ma quando gli vide la frusta al collo, capì d’essere tornato troppo presto. Per levargliela, scherzando, fece un salto; poi si mise a fare altri salti in mezzo all’aia, schioccando la frusta dietro la fila delle anatre; che, non potendo andare troppo leste, traballavano e inciampavano. Allora Jacopo frustava le gambe di quelle cadute. Poi rimise la frusta alla cavicchia; ridendo e guardando suo padre che scuoteva la testa per celia. Ma il ragazzo non si sentiva sicuro. Infatti, entrati in casa tutti e due, Minello si mise la sua testa tra le ginocchia. Il ragazzo ridacchiava ancora, ma gli pareva che il cuore scoppiasse. Minello aveva già fatto gli occhi cattivi: si capiva bene perchè gli doventavano più limpidi e più chiari. Il ragazzo smise di ridere e cominciò a divincolarsi. Per tenerlo meglio, Minello lo prese per i capelli e con tutto il suo comodo lo picchiò a pugni su la faccia. La madre, fattasi coraggio, gli avvinghiò le braccia. Egli, allora, lasciò il figliolo e picchiò lei; cacciandola tra i sacchi del