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Pagina:Tozzi - Giovani, Treves, 1920.djvu/167

160 vita


Jacopo aveva mangiato certe ciocche d’uva. Il padre, accortosene, lo aveva agguantato per il collo trascinandolo sull’aia vicino al carro. Poi era andato a staccare la frusta annodata a una cavicchia. Ma il ragazzo, invece di aspettare come altre volte, era fuggito. Minello, se l’avesse raggiunto, gli avrebbe rotto la schiena o le gambe. Ormai, gli veniva sempre di più quest’idea; ed egli si chiedeva perchè l’avesse gastigato sempre meno del necessario.

Non vedendolo tornare, mandò due dei suoi contadini sottoposti a cercarlo; i quali, invece, dopo un poco di strada, tornarono addietro dicendo che non lo trovavano. Ma Minello non si calmava, e si mise la frusta al collo. L’avrebbe picchiato la sera quando doveva tornare a cena; pensando che, se non tornava, avrebbe almeno dovuto stare senza mangiare.

Era un uomo alto e magro, con i baffi quasi del tutto bianchi: con la voce nasale; balbuziente; e ogni sera sempre briaco. Allora gli si gonfiava la faccia e non era possibile parlargli altro che di vino.

La moglie evitava perfino di avvicinarcisi; e, il più delle volte, andava a letto. Ma, se non